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martedì 28 febbraio 2012

Web intersezioni 69. Esperienze della parola. Un'intervista a Giorgio Agamben



La critica alla metafisica prodotta dal Novecento filosofico (innanzitutto) implica una messa in discussione del concetto di verità?
E cosa vogliamo dire quando ci riferiamo ad un concetto così centrale ma anche così evanescente come quello di verità?


I due interrogativi sopra esposti sono al centro della riflessione filosofica attuale. Solo in Italia, Franca D'Agostini, docente di filosofia presso il Politecnico di Torino, cresciuta all'ombra di Gianni Vattimo, ha pubblicato diversi volumi ( Introduzione alla verità, Verità avvelenata., Disavventure della verità) per cercare di mostrare la centralità di questa "parola" e l'impossibilità di farne a meno anche nei casi di relativismo assoluto che pretendono di svuotarla di senso (qui uno scambio polemico proprio con Gianni Vattimo sulla questione). 

Tanto per riportare il caso più celebre tra quelli che possono saltare alla mente, "Non esistono fatti, solo interpretazioni", la celebre pugnalata inferta da Nietzsche alla verità, cos'altro è se non una verità?

Ovviamente la rivincità della verità non implica necessariamente un ritorno banal-popolare verso fesserie quali nuovi realismi, nè la cancellazione di posizioni teoreticamente ben fondate quali il relativismo e, a maggior ragione, il prospettivismo (la posizione più "vicina" al pensiero di Nietzsche), semmai implica la necessità di indagini che sappiano sopportare le apparenti (?) contraddizioni di una parola troppo ingombrante per poter essere "fatta fuori".

Nell'intervista che di seguito posto, tratta da La Repubblica del 8 febbraio 2011, Agamben affrontando il tema della professione di fede e, più in generale, della centralità della parola, chiarisce come "Nella nostra cultura esistono due modelli di esperienza della parola. Il primo modello è di tipo assertivo(...).Esiste però un altro, immenso ambito di parola del quale sembriamo esserci dimenticati, che rimanda, per usare l’intuizione di Foucault, all’idea di "veridizione". Lì valgono altri criteri, che non rispondono alla separazione secca tra il vero e il falso. Lì il soggetto che pronuncia una data parola si mette in gioco in ciò che dice. Meglio ancora, il valore di verità è inseparabile dal suo personale coinvolgimento». La constatazione, per molti versi ovvia, deve far riflettere su quanto l'impasse filosofica nella quale ci dibattiamo in relazione al meta-concetto di verità, sia legato a fattori linguistici  quali la vaghezza discorsiva
Come afferma Achille C. Varzi:
la vaghezza è un fenomeno pervasivo del pensiero e del linguaggio ordinario. Abbiamo una buona idea di che cosa significhi dire che una persona è calva, alta, o ricca, ma a volte ci troviamo spiazzati. Alcuni uomini sono chiaramente calvi (Picasso), altri non lo sono (il conte di Montecristo), e altri ancora sono casi intermedi (Bertinotti): non c’è un numero esatto di capelli che segni il confine tra i calvi e i non-calvi. Allo stesso modo, è ridicolo supporre che vi sia un’altezza precisa che segni il limite tra chi è alto e chi non lo è, o un’esatta somma di denaro che separi i ricchi dai nonricchi”( A.C.Varzi, Vaghezza e ontologia in (a cura di) M.Ferraris, Storia dell’ontologia, Bompiani, Milano 2008).

Il problema filosofico consiste, allora, in un uso ancora troppo vago del concetto di verità? Sì, ma non solo. Ci sono fatti, indubitabilmente, ma, soprattutto, ci sono le interpretazioni. Queste ultime riguardano quell'universo di senso che, come rimarcato da Lacan nel Seminario sull'Etica della psicoanalisi, ci costituisce in quanto singolarità. Quest'ambito non può essere descritto attraverso proprosizioni che mirano a stabilire dei fatti, pena una riduzione dell'esperienza esistenziale. Il problema è quello di pensare una teoria in grado di rendere discorsivamente conto di quei procedimenti veritativi che riguardano il soggetto che si mette in questione, vale a dire il soggetto che, dicendo quello che pensa, mostrandosi, pone in essere la verità che ci costituisce, cioè quell'aspetto desiderante che anima il perenne discorso con L'Altro, uno dei quali chiamiamo "filosofia".
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intervista a Giorgio Agamben

a cura di Franco Marcoaldi (la Repubblica, 8 febbraio 2011)

Giorgio Agamben. «Nella nostra cultura esistono due modelli di esperienza della parola. Il primo modello è di tipo assertivo: due più due fa quattro, Cristo è risorto il terzo giorno, i corpi cadono secondo la legge di gravità. Questo genere di proposizioni sono caratterizzate dal fatto che rimandano sempre a un valore di verità oggettivo, alla coppia vero-falso. E sono sottoponibili a verifica grazie a un’adeguazione tra parole e fatti, mentre il soggetto che le pronuncia è indifferente all’esito.
Esiste però un altro, immenso ambito di parola del quale sembriamo esserci dimenticati, che rimanda, per usare l’intuizione di Foucault, all’idea di "veridizione". Lì valgono altri criteri, che non rispondono alla separazione secca tra il vero e il falso. Lì il soggetto che pronuncia una data parola si mette in gioco in ciò che dice. Meglio ancora, il valore di verità è inseparabile dal suo personale coinvolgimento».

Giustiniano, mosaico nella chiesa di San VItale a Ravenna


Il senso profondo del credere andrebbe dunque ricercato proprio qui?

«Certamente. Anche se, nel corso del tempo, il trionfo del primo modello, quello assertivo, ha di fatto cancellato il secondo. Mi fanno sorridere i confronti, oggi molto in voga, tra credenti e non credenti: veri e propri dialoghi tra sordi, visto che preti e scienziati condividono da versanti opposti lo stesso modello di verità. Poco importa che si discuta di leggi fisiche o teologiche, che naturalmente si elidono tra loro. Si tratta in ogni caso di proposizioni assertive. La confusione tra ciò che possiamo credere, sperare e amare e ciò che siamo tenuti a considerare vero, oggi ci paralizza».


Quando sarebbe stato cancellato il secondo tipo di esperienza con la parola?

«Nella tradizione dell’Occidente, è stato Aristotele ad affermare che la filosofia deve occuparsi soltanto delle proposizioni che possono risultare vere o false. Eppure esisteva ed esiste un’altra esperienza della parola: quella della promessa, della preghiera, del comando, dell’invocazione, che è stata esclusa dalla riflessione filosofica. Naturalmente, ciò non significa che essa non abbia continuato ad agire: il diritto e la religione si fondano su di essa».

Un esempio?

«Il più importante di tutti: San Paolo, che definendo la parola della fede, non fa riferimento a criteri di verità, ma parla di vicinanza tra cuore e labbra. È significativo che, tranne una volta, egli usi sempre l’espressione, da lui inventata, "credere in Gesù Cristo" e non, come sarebbe stato normale in greco, credere che Gesù è il figlio unigenito di Dio, eccetera. -La differenza è sostanziale. La Chiesa, attraverso i suoi concili, ha cercato di fissare la fede in dogma, in un’esperienza di tipo assertivo. E così si è smarrito un tratto fondamentale della natura umana, che esige una fede estranea a una logica puramente fattuale. La vera fede non aderisce a un principio prestabilito ed è singolare che proprio la Chiesa, che doveva preservare questa idea, se ne sia dimenticata. Da qui la formula "Credo perché è assurdo"».


Quali sono i riflessi negativi di tale logica assertiva sulla nostra vita sociale?

«Infiniti. Pensi all’etica: si afferma che per agire bene bisogna disporre di un sistema di credenze prefissato. Dunque, agirebbe bene soltanto colui che ha una serie di principi a cui deve conformarsi. È il modello kantiano, ancora imperante, che definisce l’etica come dovere di obbedire a una legge. Quando lavoravo sull’idea di "testimonianza", mi colpì la storia di una ragazza che, sottoposta a tortura dalla Gestapo, aveva rifiutato di rivelare i nomi dei suoi compagni. A chi più tardi le chiese in nome di quali principi era riuscita a farlo, rispose soltanto "l’ho fatto perché così mi piaceva". L’etica non significa obbedire a un dovere, significa mettersi in gioco: in ciò che si pensa, si dice e si crede».

Anche perché, travolta la credenza nell’infallibilità di quella certa legge, rimane un campo di rovine.

«Prima o poi accade a tutte le credenze di tipo oggettivo. E difatti: le credenze politiche si sono letteralmente sbriciolate, quelle teologico-religiose si fossilizzano in dogmi contrapposti. Per quanto riguarda quelle scientifiche, esse risultano completamente irrelate rispetto alla vita etica dei singoli individui».


In Credere e non credere Nicola Chiaromonte formula una domanda secca: si può credere da soli?

«È una domanda pertinente. Che io riformulerei in questo modo: com’è possibile condividere una verità o una fede che non siano di tipo assertivo? Io penso che questo accada nei territori dell’esistenza in cui ci si mette in gioco personalmente. Se la veridizione è lasciata ai margini e il solo modello della verità e della fede diventano la scienza e il dogma, la vita diventa invivibile. Di qui l’indifferenza e lo scetticismo generalizzato, oltre che la tetraggine sociale dilagante. Soltanto procedendo a ritroso, ricercando quella diversa esperienza di parola, si può tornare al rapporto originario con la verità, irriducibile a qualunque sua istituzionalizzazione.

Le faccio un esempio: la scienza guarda al passaggio dal primate all’uomo parlante unicamente in termini cognitivi, come se fosse soltanto una questione di intelligenza e di volume cerebrale. Ma non c’è solo questo aspetto. La trasformazione deve essere stata altrettanto gigantesca dal punto di vista etico, politico, sensibile. L’uomo non è solo homo sapiens. È un animale che, a differenza degli altri viventi, i quali non sembrano dare importanza al loro linguaggio, ha deciso di correre fino in fondo l’azzardo della parola. E da qui è nata la conoscenza, ma anche la promessa, la fede, l’amore, che esorbitano la dimensione puramente cognitiva».

È una strada ancora aperta?

«L’uomo non ha ancora finito di diventare umano, l’antropogenesi è sempre in corso. Menandro ha scritto: "com’è grazioso - cioè capace di gratuità - l’uomo quando è veramente umano". È questa gratuità che dobbiamo riscoprire. Tanto più che i modelli di credenza che ci vengono proposti non ci persuadono più. Sono, come diceva Chiaromonte, mantenuti a forza, in malafede».

Proviamo dunque a perimetrare il novero di queste credenze più genuine, anche se sotterranee, sommerse.

«Prendiamo la politica: perché non interroga finalmente la vita delle persone? Non la vita biologica, la nuda vita, che oggi è continuamente in questione nei dibattiti spesso vani sulla bioetica, ma le diverse forme di vita, il modo in cui ciascuno si lega a un uso, a un gesto, a una pratica. Ancora: perché l’arte, la poesia, la letteratura, sono museificate e relegate in un mondo a parte, come se fossero politicamente e esistenzialmente irrilevanti?».

Anche lo scrittore russo Alexandr Herzen lamentava a suo modo la cancellazione dell’esperienza vitale soggettiva. Affermando che crediamo in tutto, tranne che in noi stessi.

«Viviamo in società abitate da un Io ipertrofico, gigantesco, nel quale però nessuno, preso singolarmente, può riconoscersi. Bisognerebbe tornare all’ultimo Foucault, quando rifletteva sulla "cura di sé", sulla "pratica di sé". Oggi è rarissimo incontrare persone che sperimentino quella che Benjamin chiamava la droga che prendiamo in solitudine: l’incontro con sé stessi, con le proprie speranze, i propri ricordi e le proprie dimenticanze. In quei momenti si assiste a una sorta di congedo dall’Io, si accede a una forma di esperienza che è l’esatto contrario del solipsismo. Sì, penso che si potrebbe partire proprio da qui per ripensare un’idea diversa del credere: forme di vita, pratica di sé, intimità. Queste sono le parole chiave di una nuova politica».

3 commenti:

  1. Ottimo blog. Ho letto l'intervista (bellissima) ad Agamben che tocca l'apice quando parla della Chiesa e dell'indifferenza dell'amministrazione politica, se ne fotte della gente. Detta da me è banale, ma seguito il ragionamento di Agamben, vi ritroverete tutto dentro nella testa se è la vostra testa pensante, come una sorta di operazione di maieutica ripresa da Platone ne: "I dialoghi". Cmq. Si laurea in legge nel 1965 con una tesi su Weil, ha scritto diverse opere che spaziano dall'estetica alla politica. Negli anni sessanta, frequenta Morante, Pasolini, Bachmann. Alla fine degli anni '60 partecipa ai seminari promossi da Heidegger su "Eraclito e Hegel" a Le Thor. Frequenta Klossowski, Debord, Calvino mentre insegna all'Università Haute-Bretagne. Poi nel '75, lavora a Londra, mentre per 6 anni ha diretto il Collège international de philosophie a Parigi, frequentando, tra gli altri, Jean-Luc Nancy, Derrida e Lyotard. Intanto insegna alle Università di Verona, all'Istituto Universitario di Architettura (Iuav) a Venezia. All'inizio del secolo, abbandonò per protesta l'incarico di "distinguished professor" presso la New York University. Collabora con l'Università di Northwestern, l'Università di Düsseldorf e la European Graduate School di Saas-Fee. Se a qualcuno venisse voglia di approfondire il filosofo Agamben, lo invito a proseguire nel cammino a cuor leggero.
    Saluti.

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  2. Grazie mille. Seguo Agamben da un pò e, nonostante alcune critiche che si possono muovere alle sue analisi (in particolare mi riferisco alla "biopolitica") è uno dei pochi "italiani" ad offrire stimoli per la riflessione. Almeno dal mio punto di vista.

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    1. L'uomo e l'antropogenesi? Il Prof Agamben ricorre molto, a mio parere, alla terminologia prettamente "didattica"...non vi trovo tracce di pensiero sul "politico" e la citazione di Paolo e' aderente a tanta altra gia' detta, insegnata e scritta teoretica e morale.
      Nulla di nuovito, alcuna novita'.
      Foucault, del resto, ci avrebbe insegnato ad attivamente individuare genesi di ricorsioni del Potere,in altra ottica e sintesi, e la rilettura utile del Prof mi pare poco in linea col Tiro del Maestro francese.
      Mi distacco quindi dal coro elogiativo,sulle teorizzazioni filosofiche di Agamben, di cui riconosco la erudizione, ma sento e rinvengo filosoficamente assenze, e trovo lo stile, quando non passi, come di dovere per chi siede in cattedra, da citazione a citazione, alquanto ripetitivo sintatticamente.
      Riguardo ad Aristotele, rammento che lo stesso, proprio per la sua attivita' politica,venne esiliato.
      Prassi, e teoretica possono coesistere,forse devono?.. e i Filosofi, uomini e donne, si distinsero molto, nei secoli, per la loro forza eversiva, che non trovo nella intervista, e negli scritti.

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