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domenica 18 dicembre 2011

Quaestiones perpetuae 3. Realismo e "trascendentali". L'in-attuale persistenza del fantasma di Kant.


"Addio al postmoderno"?
Questo l'interrogativo, sviluppatosi su  Micromega, in grado di suscitare una "feroce" disputa filosofica all'italiana.
Il dibattito verte sul ritorno al "realismo veritativo" secondo il quale, banalizzando e riducendo un po' la questione, esisterebbe una verità oggettiva verificabile da "tutti".

Il principale fautore di questa posizione, tra l'altra posta sotto le "maglie" della disputa (in senso medioevale) nel bel volume di A.C.Varzi " Il mondo messo a fuoco. Storie di allucinazioni e miopie filosofiche", è Maurizio Ferraris, ex ermeneuta, ora rinnegato, cresciuto all'ombra di Vattimo in quel laboratorio eretico che è la facoltà di lettere e filosofia dell'università di Torino.

Ferraris perpetrò il suo parricidio attraverso un volume, "Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura ", all'interno del quale, nè più nè meno, tuonava affermando la "sopravvalutata inutilità" del "camminante" di Konigsberg.

Ricompattiamo le nozioni di base.
Secondo Kant, la realtà esperita è il frutto della sintesi tra le nostre strutture trascendentali (termine di chiara derivazione scolastica che, per dirla con C.A.Viano, permette ai filosofi di "darsi una certa aria") e le sollecitazioni fenomeniche. Mente e mondo costituirebbero la "realtà" interagendo in un processo di sintesi ad infinutum.
L'uomo "abiterebbe" la realtà fornendo ad essa le possibili perimetrazioni di senso (ma quest'ultimo aspetto Kant non lo dice chiaramente).
Il noto esempio delle "lenti colorate", quelle capaci di "tinteggiare" il mondo, è ben noto e chiaramente esplicativo: non esiste una realtà diversa da quella prodotta dalle nostre strutture trascendentali.

Ferraris, rifacendosi agli studi di "fisica ingenua" di Paolo Bozzi, critica tale canonizzata "lettura occidentale".
Volendo ridurre la "decostruzione" (metodo solo di recente rivalutato da Ferraris) dell'opera kantiana ad un aspetto, possiamo concentrare la nostra attenzione sull'esperienza (della realtà).
L'estetica trascendentale, la prima delle sezioni in cui si articola la "Critica della ragion pura" tratta dell'esperienza e proprio questa viene criticata da Ferraris che afferma:
1) l'incompatibilità tra l'esperienza comune alla "vita di tutti i giorni" e quella descritta da Kant.
2) incongruenza con le "teorie della percezione"  elaborate dalla psicologia successiva.


Maurizio Ferraris

Kant, e questo Ferraris lo sa bene perchè lo dice nel libro, con la "prima Critica" non vuole descrivere nè l'esperienza di tutti i giorni, nè come si "struttura" il fenomeno percettivo (il secondo punto è ovviamente impossibile da decostruire assumendo un'ottica contemporanea a Kant). A Kant interessa mostrare  quell'insieme di concatenamenti logicamente necessari attrraverso i quali l'uomo organizza- e quindi giustifica, in primis a se stesso- la conoscenza scientifica.

La dipendenza delle analisi kantiane dalle elaborazioni newtoniane poco inficiano i propositi del pensatore prussiano.
Kant "voleva", attraverso le sue rielaborazioni, compiere una classica operazione di filosofia pura, vale a dire: un'indagine sui fondamenti, nella più canonizzata delle accezioni metafisiche (nel senso di "filosofia prima"), della fisica e della matematica. La forzatura  dell'operazione di Ferraris è legata alla presunzione di decostruire Kant sulla base degli effetti legati alla ricezione delle "Critiche" e non sulla base di un'archeologia teoretica "interessata" alla determinazione dei possibili "sensi" del lavoro Kantiano. Ferraris critica Kant avendo in mente le conseguenze epistemologiche "post-kantiane" frutto degli scarti e dei passaggi insondabili e della storia.

L'analitica kantiana continua a mostrare la perenne attualità legata all'intuizione metafisica che vorrebbe dare cognizione del procedere logico attraverso il quale esperiamo con valenza "scientifica" il mondo. Attaverso quale concatenamento necessario alcune premesse determinano certe conseguenze in un "ordine discorsivo" che chiamiamo "scienza"? Ecco l'interrogativo che sempre dobbiamo avere "presente" nel valutare il procedere "critico" del "pensatore di Konigsberg".

Posto ciò possiamo anche traslare il discorso kantiano sul piano dell'esperienza quotidiana, quella di cui si occupa la psicologia attuale, non dimenticando, però, che le modalità, i concatenamenti, che organizzano i "giochi di verità" riconosciuti all'interno delle suddette discipline, non possono avanzare pretese conoscitive di ambito meta-esperenziale perchè successivi, logicamente, all'indagine che vorrebbe vagliarne i criteri e le modalità "prime" di funzionamento.

Lungi dal "salutare" Kant  e le sue intuizioni sintetiche dovremmo, invece, sbeffeggiare le pretese "neo-realiste" di una filosofia che, smettendo i panni "metafisici" di indagine trascendentale, accetta di riconoscersi soltanto nella forma di genere letterario derivato dalle "discipline-paradigma" (psicologia, in questo caso) sulla base dei concatenamenti possibili ratificati dalle diverse scienze.

Di seguito i link agli articoli pubblicati in relazione al dibattito sul "new-realismo".                         

Giametta:A proposito del new realism .           

                                      

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