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mercoledì 7 settembre 2016

Frammenti 261



"Riesumare e mettere in prospettiva i «banali dati della vita di ogni giorno, a cui nessuno fa ormai più caso», significa perciò compiere un’operazione tutt’altro che neutrale. Ogni storia delle pratiche,ha scritto efficacemente Roger Chartier, mettendoci in guardia contro letture fiduciose e tranquillizzanti dei «fatti concreti», prende vita sul bordo di una scogliera: il luogo in cui il solido entroterra degli accadimenti confina col mare aperto dei discorsi. Da questa scomoda posizione lo storico produce discorsi su pratiche non discorsive.
Tra ciò che lo storico osserva (i comportamenti «concreti»),i discorsi che ritiene storicamente collegabili a quei comportamenti –presupposti, narrazioni, spiegazioni, “influenze”, sistematizzazioni – e i discorsi stessi intesi come pratiche storiche discorsive esistono dunque molteplici piani di congiunzione. Studiare i presupposti discorsivi delle pratiche lavorative di fabbrica e i discorsi stessi sul lavoro in quanto eventi significa porsi come oggetto di studio non solo i «fatti concreti» ma anche «un tipo di razionalità, un mo-do di pensare, un programma, una tecnica, un insieme di sforzi razionali e coordinati, di obiettivi definiti e perseguiti [e di] strumenti per perseguirli».
Lo studio storico delle forme e della pratiche del sapere, e dei rapporti tra sapere e potere, non esclusivo ma complementare a quello della pratiche sociali, contribuisce dunque in misura determinante alla comprensione delle modalità attraverso cui i discorsi stessi determinano e riflettono il cambiamento sociale".
G. Maifreda, La disciplina del lavoro: operai, macchine e fabbriche nella storia italiana, pp. 18 e 19

sabato 20 agosto 2016

I paradossi della libertà. Appunti.


[Il contributo è già stato pubblicato qui]

“Nella misura in cui l’uomo è responsabilmente affidato a se stesso come soggetto libero, nella misura in cui è affidato a se stesso come soggetto della sua azione libera vera e propria, originaria, unica, riguardante la totalità della sua esistenza umana, possiamo dire che l’uomo ha una salvezza e che la vera e propria questione esistentiva personale è in verità una questione salvifica. […] perché il vero concetto teologico di salvezza non indica una situazione futura che sopraggiunge improvvisamente sull’uomo dall’esterno in maniera oggettiva come situazione piacevole o, qualora si tratti di perdizione, come situazione spiacevole; non indica una situazione che gli viene riconosciuta solo sulla base di un giudizio morale; bensì indica la definitività della vera autocomprensione e della vera autoazione dell’uomo nella libertà davanti a Dio, attuate mediante l’accettazione del suo proprio se stesso, così come esso gli viene dischiuso e affidato dalla scelta della trascendenza interpretata liberamente. L’eternità dell’uomo può essere concepita soltanto come l’autenticità e la definitività della libertà maturatasi. A tutto il resto può seguire soltanto altro tempo, ma non l’eternità, quell’eternità che non è il contrario del tempo, bensì il compimento del tempo nella libertà”.
Karl Rahner, Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, pp. 64-65.

sabato 13 agosto 2016

Frammenti 260




«Sono ben cosciente di spostarmi in continuazione sia per quel che riguarda le cose alle quali mi interesso, sia in rapporto a ciò che ho già pensato. Non penso mai esattamente la stessa cosa, e questo perché i miei libri sono per me delle esperienze, nel senso più letterale del termine. Un’esperienza è qualcosa da cui usciamo trasformati. Se dovessi scrivere un libro per comunicare quel che già penso prima di aver cominciato a scriverlo, non avrei mai il coraggio di iniziarlo. Lo scrivo soltanto perché non so ancora esattamente che cosa pensare di questa cosa che vorrei tanto pensare. Di modo che il libro mi trasforma e trasforma quello che penso. […] Sono uno sperimentatore, perché scrivo per cambiarmi e per non pensare più la stessa cosa che pensavo in precedenza».
M. Foucault, Entretien avec Michel Foucault, in Dits et écrits II, 1976-1988, a cura di D. Defert e F. Ewald, Paris, Gallimard, 2001, pp. 860-861

sabato 30 luglio 2016

Incipit 45. Passaggio in Sicilia di Massimo Onofri [Giunti]

«Potrei dire dei pesci sguscianti [...] al Capo, o dei frutti succulenti dell'ampia piana dell'entroterra, delle tante declinazioni difiori nei suoi giardini, o dei tramonti bellicosi al Faro, o della muraglia poderosa della roccaforte [...] Quel che non potrai mai sentire, vedere, né udire, è l'esalazione del gelsomino, le tranquille discese dell'ombra, il calore divampante delle pietre, la lenta e ripetitiva risacca a riva, e il richiamo del ciclope Polifemo accecato da Ulisse, quando alle volte, le sirene strascicano attorno al Promontorio».
Massimo Onofri, Passaggio in Sicilia, p.359.

Ieri ho acquistato "Passaggio in Sicilia" [Giunti], di Massimo Onofri. Appena uscito dalla libreria ho incrociato la prima panchina libera e mi sono seduto a sfogliarlo. Nella piazza, il salotto buono della città, fervono i preparativi per una sfilata di moda. Un misto di musica a tutto volume e di gesti rapidi degli operai che transennano tutto. Sono andato direttamente a pag. 354, quella in cui ha inizio il capitolo sulla mia città, sulle Eolie, insomma, sui miei luoghi. Troppa la curiosità.
Pennellate cariche di intensa partecipazione, una guida attenta e coinvolgente [che ho scoperto essere la responsabile di una casa editrice] e tanti riferimenti agli angoli verdeggianti, ai due mari e «al cielo ceruleo con la sua candida e sfolgorante bellezza» [p. 359].
E ancora tanti personaggi che questi luoghi li hanno vissuti e, in qualche modo, amati: Francesco da Paola, Antonio da Padova, Garibaldi, Crispi e il Barone di Santa Marina Giuseppe Piaggia, erudito locale, appassionato e acuto. Ma su tutto ho trovato quegli odori, il profumo del mare e l'essenza di gelsomino, che rendono unica e preziosa «tutta l'estensione del Promontorio» curvo come una schiena di delfino.
Dalle prime impressioni definisco questo viaggio un periplo tra coste e contrade che è un canto d'amore, partecipato e convinto, per una terra che «t'appare sempre come il risultato di una qualche civiltà, d'un coro di voci e di echi». E sembra allora di sentire l'eco dei tanti viaggiatori affascinati dalla Sicilia, come quel Muhammad ibn 'Abd Allah ibn Idrīs che, tra stupore e incanto, sostiene che «quest'isola ha un effetto magico su tutti quelli che vi mettono piede, indipendentemente dalla religione alla quale appartengono» [cit]
Massimo Onofri, Passaggio in Sicilia, Giunti ed., Firenze 2016, pp. 391

mercoledì 27 luglio 2016

Frammenti 259


«Quando supponiamo che non-senso dica il proprio senso, 
vogliamo indicare,
al contrario, 
che il senso e il non senso hanno un rapporto specifico che non può essere ricalcato sul rapporto del vero e del falso, 
cioè che non può essere concepito semplicemente come un rapporto di esclusione».
Gilles Deleuze, Logica del senso, p.66.

martedì 26 luglio 2016

Frammenti 258




«Le condizioni di possibilità della storia reale sono, insieme, le condizioni della sua conoscenza. Speranza e ricordo, o, più in generale, aspettativa ed esperienza (poiché l'aspettativa ha un campo più ampio della speranza, e l'esperienza scende più in profondità del ricordo) costituiscono la storia e insieme la sua conoscenza, e le costituiscono precisamente in quanto indicano e producono la connessione interna tra il passato e il futuro di ieri, oggi o domani. 
Vengo così alla mia tesi: esperienza e aspettativa sono due categorie atte a tematizzare il tempo storico, in quanto intrecciano tra loro il passato e il futuro. Queste categorie servono a rintracciare il tempo storico anche nella ricerca empirica, perché, arricchite di contenuti adeguati, guidano i gruppi che agiscono concretamente nella realizzazione del movimento sociale o politico».
Reinhart Koselleck, Futuro passato.Per una semantica dei tempi storici [1979], p.303

domenica 24 luglio 2016

Frammenti 257



«Lo dico fin d'ora: preferisco la coppia continuità/svolta al concetto di rottura. La storia si svolge in un continuum. Una serie di cambiamenti - che spesso non sono simultanei - segnano delle evoluzioni. Quando un certo numero di cambiamenti riguardano campi così diversi come l'economia, i costumi, la politica o le scienze; quando questi cambiamenti finiscono con l'interagire tra loro fino a costituire un sistema, o comunque un nuovo paesaggio, allora possiamo veramente parlare di un cambiamento di periodo. In ogni caso, nessun cambiamento può essere ricondotto ad un'unica data, un unico fatto, un unico luogo, un unico campo dell'attività umana. 
Per noi francesi, la seconda guerra mondiale comincia nel 1939. Per gli americani e i russi nel 1941, ma per i cechi inizia piuttosto nel 1938. Analogamente, facciamo sparire l' Ancien Régime politico nel 1789. Ideologicamente, per così dire, era già morto da circa un secolo, con la scottante disputa sul giansenismo. Culturalmente invece persiste in vaste aree del XIX secolo, non foss'altro che nell'impresa napoleonica. François Furet ha mostrato chiaramente che la Rivoluzione francese prosegue per una buona parte dell'Ottocento».
Jacques Le Goff, Alla ricerca del Medioevo [2003], p.33