Cerca nel blog

Caricamento in corso...

mercoledì 16 luglio 2014

Frammenti 207




"L'insegnare è ancora più difficile dell'imparare. Lo si sa bene; ma lo si pondera raramente. Perché l'insegnare è più difficile dell'imparare? Non perché l'insegnante deve possedere la somma maggiore di conoscenze e averla a disposizione in ogni momento. L'insegnare è più difficile dell'imparare perché insegnare significa: lasciare imparare. L'autentico insegnante non lascia addirittura imparare nient'altro che - l'imparare. Perciò il suo fare suscita spesso anche l'impressione che presso di lui non si impari propriamente niente, a condizione che ora inavvertitamente si comprenda sotto "imparare" solo il procurasi conoscenze utili. L'insegnante è più avanti degli apprendisti unicamente per il fatto che lui ha da imparare ancora molto più di loro, vale a dire: il lasciare-imparare. L'insegnante è molto meno sicuro del fatto suo di quanto non lo siano i discenti del loro. Perciò nel rapporto tra insegnante e allievo, quando è un vero rapporto, giammai entra in gioco l'autorità di "chi conosce molto" e l'influenza autoritaria di chi occupa una posizione ufficiale. Per questo diventare un insegnante rimane una cosa elevata, ben diversa dall'essere un famoso docente. Presumibilmente dipende da questa cosa elevata e dalla sua elevatezza, che oggi, mentre tutto viene misurato solo verso il basso e dal basso, per esempio a partire dall'affare, nessuno voglia più diventare insegnante. Presumibilmente questa avversione è legata a ciò che, essendo più considerevole, dà da pensare".
Martin Heidegger, Che cosa significa pensare?, pp. 107-108

venerdì 4 luglio 2014

Voci nel deserto 90



"...non dico de summo illo Deo, qui scitur melius nesciendo..."
Agostino di Ippona, De Ordine, II, 16.44.

mercoledì 2 luglio 2014

Schegge 39




Con una tempistica e una lungimiranza politica da visionari il PD si sta organizzando per coalizzare contro di sé l'unico serbatoio di voti che, in decenni di oblio, non ha avuto il coraggio di voltargli le spalle: il mondo della scuola.
Una scuola che deve diventare baby-sitter, chiamata a risolvere un problema che le alchimie linguistiche dei politici non riescono a nascondere: "le scuole devono diventare il centro civico delle città, a giugno e a luglio i genitori non sanno dove mandare i loro figli. Scuole aperte 11 mesi su 12".
La riforma, pur nella sua iniquità non è l'elemento politicamente più grave della questione, che è costituito, invece, dal voler raggiungere l'obiettivo attraverso una narrazione inquinata che strizza l'occhio alle più banali considerazioni da bar della doxa (δόξα). Quelle secondo cui insegnare sarebbe un mestiere privilegiato con tre mesi di ferie o la versione più sofisticata secondo cui "i nostri professori sono quelli che in Europa lavorano meno ore e hanno stipendi più bassi". (Qui il dossier Eurydice sull'universo insegnamento in Europa: come ovvio la situazione è molto più diversificata e complessa di quanto certi slogan vorrebbero far credere al pubblico disinformato).
Servono tali inquinanti per trattare la scuola, e il mestiere degli insegnanti, sulla base di criteri quantitativi che riposano su un'idea irriflessa di eguaglianza sociale secondo cui valutare tutto con il medesimo sistema di valori, con lo stesso ordine di misura. Tutto in nome di quella nuova ragione del mondo che giudica sulla base del numero di ore e di giorni svolti in relazione ad una produttività metafisica che al pari della Cosa lacaniana può solo essere invocata visto che non ek-siste.

giovedì 26 giugno 2014

Frammenti 206



"Nell'uomo politico si incarna lo stato medio di una società – i vizi, le mediocrità, i difetti – come se egli ne assorbisse i mali alla maniera dei vecchi stregoni che succiano la ferita purulenta succhiandone anche il maleficio. Così i loro vizi, le turpitudini, il malaffare, sanno di qualcosa di diverso. È come se essi imbrigliassero tutto ciò che di turpe vi è in una convivenza e ne liberassero gli altri".
Manlio Sgalambro, Dell' indifferenza in materia di società

martedì 24 giugno 2014

Schegge 38. La lezione di Prandelli



Nel 2010 l'Italia abbandonava i Mondiali dopo le fasi preliminari alla fine di "tre gare pessime, una più brutta dell'altra" . Nel 2014 il risultato è lo stesso, anche se le gare pessime sono due, perse con delle squadre mediocri. Ma non è questa la notizia. La notizia è che in un Paese in cui la classe politica al centro di recenti, vergognosi, scandali continua imperterrita a presentare la quotidiana dose di sfacciate giustificazioni pur di rimanere a galla- in barba a qualunque valutazione etica-, qualcuno ha il coraggio di dimettersi in nome di un concetto tanto vago quanto sconosciuto ai più: la responsabilità individuale. Se sbaglio pago senza "se" e senza "ma". Prandelli solo per questo merita tutta la stima possibile. 
Ecco che il calcio, lo sport più vituperato dalla galassia radical chic italiana, quella che non si vergogna di tifare anti-azzurro in nome di una presunta lotta di classe, lanci un segnale in questo senso è indicativo, degno di nota, e riesce, anche se solo un po', a lenire la rabbia e la delusione di un qualunque tifoso del Tricolore quale sono. 

sabato 21 giugno 2014

Frammenti 205



"Se la filosofia rinvia a un senso comune come al suo presupposto implicito, che bisogno ha della filosofia il senso comune, che dimostra tutti i giorni, purtroppo, di essere in grado di forgiarsene una propria".
Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, p.176

venerdì 13 giugno 2014

Frammenti 204




"L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sé stesso è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'illuminismo.
Sennonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: — Non ragionate! — L'ufficiale dice: — Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. — L'impiegato di finanza: — Non ragionate, ma pagate! — L'uomo di chiesa: — Non ragionate, ma credete!"
Immanuel Kant, Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?